leggi la lirica ascolta la musica – Isole /Eluvium : Amreik



isole nel nulla precipitate
vecchi marinai che
ai moli
non staccano gli occhi
da un mare indecifrabile
vengono
le barche cariche
che passi il temporale

ore di poca aria
tra una pioggia e un’altra
sui prati di argento vivo
paletti conficcati senza respiro
si raccontano
tutte le versioni delle cose
si finge ma non abbastanza
mentre si fa quel pezzo di strada

con la testa girata indietro
per evitare
le ingiurie che colpiscono di fianco
le improvvise folate di vento
sempre pronte ad afferrare
tutti i pensieri
nelle terre emerse
delle proprie isole deserte

appena svegliati
ci si è ritrovati
lontani da tutte le rotte
dove non passa mai nessuno
da potere mandare
un segnale di fumo

forse ci rivedremo
vicino al cipresso
al funerale alla chiesa
con le porte aperte
tra una folla di persone
perse di vista per distrazione

senza un motivo apparente
senza dovere fare niente
vite passate ad aspettare
l’occasione per mostrare
quello che si è intessuto
con la stoffa di velluto

figli sorprendenti
che si scambiano libri scritti in lingue sconosciute
figli di creature intelligenti
per stare vicini
per non sentirsi soli
che si regalano oggetti

link Youtube – Eluvium : Amreik
© lyric by Marino Pancheri, 2015. Tutti i diritti riservati.

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la poetica del poeta – BLANCHOT – KLIMT

Il movimento contro la morte, principio dell’amicizia

un lungo estratto dalla mia postfazione a: Maurice Blanchot, La follia del giorno, Edizioni L’Obliquo, Brescia 2005
di Carmine Mangone

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In Le Livre à venir, Maurice Blanchot ad un certo punto scrive: «Ciò che (…) è in gioco si potrà cogliere qua e là; o se non altro, la necessità stessa di mantenere aperta la ricerca in quel luogo dove trovare è mostrare delle tracce e non inventare delle prove» (Il libro a venire, Einaudi, Torino 1969, p. 251).
In realtà, trovando tracce che rinviano sempre e soltanto al movimento stesso della ricerca, siamo noi che ci manteniamo aperti in essa. È la ricerca ad aprirci al mondo. Ed ogni volta, non facciamo altro che trovare (e lasciare agli altri) esattamente ciò che siamo .
Ma la ricerca di senso non si racconta.
Io non posso descrivere la mia vita, il movimento. Il narratore si eclissa invariabilmente dietro la sua storia, la cronaca, il resoconto; oppure si racconta per frammenti, per approssimazioni successive – senza mai potersi attestare nella narrazione, senza mai sancire, in definitiva, la propria presenza nel racconto.
Sarà semmai il lettore, «imbaldanzito e divenuto momentaneamente feroce come ciò che legge», a sbarazzarsi del narratore, a raccogliere il testimone della ricerca e a trovare, magari già nella lettura, tracce di sé che gli erano ancora ignote.

1uno

La vita biologica dell’uomo è un frammento, un segmento d’eternità. Nascita e morte sono gli estremi di tale segmento, i punti di contatto (gli sconfinamenti) della vita umana sul piano dell’eternità.
Ora, è fin troppo evidente che della nostra nascita, e dei nove mesi di vita intrauterina, non ricordiamo un bel niente, e poco c’importa (checché ne dicano Freud & C.). L’unico limite che davvero ci preme, assillante e pieno di fascino, è quello della morte. Per il pensiero umano, la morte rappresenta anzi l’estremo per antonomasia, l’inconoscibile, l’ignoto, o quanto meno una soglia, una demarcazione incontrovertibile e fatale. Non solo. Tutto ciò che in ogni ambito può rinviare ad un punto estremo, ad un’esperienza-limite, ad un eccesso di senso o di vita, ha sempre – almeno per immagini o concetti traslati – una contiguità, una prossimità, una qualche attinenza con la morte. Gli esempi, nelle arti e nel pensiero, si sprecherebbero.
La morte è quindi una sorta di sfondo, di quinta immutabile della storia e della cultura umane, che ha origine con la coscienza della mortalità e il seppellimento dei cadaveri. Il movimento che anima l’uomo è essenzialmente un movimento contro la morte; di volta in volta, movimento di accoglimento (accettazione) o di nascondimento (occultazione) della propria identità mortale, di cui si ha nozione e coscienza solo attraverso l’esperienza di morte dei propri simili.
Con la coscienza della morte, nasce l’umano e si forma la comunità dei viventi. I gruppi umani si strutturano procedendo all’inumazione delle spoglie. Per scongiurare il termine ineluttabile della propria esistenza, l’uomo s’inventa l’idea dell’essere. Solo l’esistenza muore, non l’essere. Il fine dell’essere, per così dire, è l’elusione della morte, ossia ciò che sospende, trasla, differisce la fine dell’esistenza.
Il fondamento della comunità – principio dell’amicizia – sarebbe quindi la negazione della morte? Il far fronte al senso d’inadeguatezza generato dall’inconoscibile? O che altro?
Io nego la mia morte – l’idea stessa della morte e del nulla che vi è connaturato (in senso più generale: il mancare a se stessi) – solo non venendo meno alla vita degli altri e, reciprocamente, non facendomi mancare la loro vita.
La comunità dei viventi – dove la morte è il reciproco e definitivo termine di paragone fra i membri che la compongono – si fa carico della finitezza umana, si accolla una parte della morte di tutti (in altre parole, ridistribuisce socialmente la coscienza della morte) e così facendo defrauda l’uomo della propria esistenza garantendogli in compenso una presenza durevole. La vita del singolo viene quindi subordinata alla salvaguardia della comunità, proprio perché questa gli crea uno statuto ontologico, un essere a prova di morte, vale a dire una permanenza nel tempo che gli differisce l’istante della morte, ma che si rivela funzionale alle necessità comunitarie e al potere che le sovrintende.
L’uomo esorcizza la morte tramite il gruppo, ma il gruppo, di rimando, limita le facoltà dei suoi componenti e ne regola l’esistenza. Nel sottrarre all’uomo la presenza della morte, la società lo espropria anche, almeno in parte, del senso stesso della vita.
L’uomo, questo figlio della morte, nel suo andirivieni tra idee ed esperienze, si sente incastrato, soffoca nel proprio essere, ma può sempre fare delle scelte di compassione, uccidere in sé la comunità che lo protegge, riformulare incessantemente i propri rapporti col mondo.
La passività non è lo stato di natura dell’uomo. Non si prova alcuna riconoscenza nei confronti di chi mette al bando la tua stessa morte. Non si vincola un uomo alla durata della vita. La rottura è inevitabile, necessaria. Il conflitto inizia nell’inconfessabile. Il conflitto è movimento. Morire ogni volta nel gioco della propria esistenza. Perché inconfessabile è la vita – che si nasconde alla morte, sì, pur giocando a mosca cieca con essa.

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«Morire bene vuol dire morire nell’accordo, in modo conforme a sé, nel rispetto dei vivi. Morire bene è morire nella propria vita, rivolti ad essa e distratti dalla morte, e questa buona morte indica più un riguardo per il mondo che un interesse per le profondità dell’abisso» (M. Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi, Torino 1967, p. 81).
L’idea del movimento è già movimento – la ruota, ad esempio, era già nel pensiero della rotazione, del rotolamento – e tale idea viene colta dagli uomini attraverso il susseguirsi delle proprie opere.
L’uomo si mette in opera, trasforma il mondo, nega l’esistente e lo ricrea. Eppure, lo scopo sostanziale della sua ricerca non è l’opera in sé, ma la verità del suo mettersi in opera, ossia la verità pratica della sua opera, dove per “verità” non s’intende l’affermazione di un contenuto ideale e statico, bensì il movimento (la pratica) che ha una rispondenza fedele e sensibile verso l’esistenza degli individui, e che concretizza, nel suo sviluppo – in sprazzi di vita davvero vissuta (tautologia meschina, ma quanto necessaria!) –, l’azione autonoma e consapevole della volontà; giacché la verità, se non è giudizio, né tanto meno valore, deve farsi piena adesione al movimento di una materia umana che si vuole come relazione e libertà.
Tramite l’opera – utensile, testo, raffigurazione, ecc. – l’uomo finalizza e comunica la sua ricerca (il suo movimento), ne coglie cioè delle tracce, in accordo o no con il mondo, lasciandone però sempre aperto lo sviluppo o l’oblio.
L’opera non è mai definitiva, mai definita del tutto, mai decisiva, e ci lascia nell’incompiuto, dentro il cui spazio ci muoviamo e finiamo i nostri giorni.
Quel che resta veramente dell’opera, vale a dire l’ipotesi di uno sviluppo, di un rilancio della ricerca, lo si deve allora ai suoi spazi bianchi, ai suoi silenzi, alle omissioni, perché solo grazie ad essi possiamo introdurci ed installare il nostro pensiero nel vasto dominio della possibilità.
L’opera appartiene al giorno, la vita lo implica. Negando il giorno, l’opera lo ricrea incessantemente come fatalità della materia.
Ma non c’è soluzione nell’opera. Il suo orizzonte è l’infinito rifacimento – da sempre e per sempre contro l’ultima parola. E non c’è opera che non partecipi del conflitto che essa stessa evoca o descrive, perché rompendo con la “solitudine essenziale” degli individui, non fa altro che comunicarli al mondo nella costante ridefinizione dei loro luoghi comuni.

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Il senso neutro e libertario del movimento: bisogna andare, non dirigersi.
Il potere è messo in crisi dalla negazione in opera – dalla negazione che opera nel movimento – dal negarsi stesso del movimento (e del racconto che se ne potrebbe fare).
L’opera resta sospesa, indecidibile. Nessuno avrà mai l’ultima parola. Si struttura il linguaggio in modo da non limitare il mondo. Ma l’oscurità di linguaggio è vera oscurità?
Siamo preda di un movimento contraddittorio: da una parte, vogliamo far luce, ci costringiamo a vedere, ci adoperiamo a fugare le tenebre; dall’altra, subiamo il fascino delle ombre, dell’ignoto, della notte nera, e smaniosi di espiare un sapere che ci restituisce ogni volta alla civiltà del giorno, ci consegniamo alla crisi, al disastro, all’oblio.
Si vuole chiarire, portare alla luce; e perciò continuiamo a cercare, a ricercare, a scandagliare gli angoli più reconditi. Eppure, come sarebbe il giorno senza le ombre?
Ordiniamo una parola dietro l’altra – perché le parole ci sono, ci devono essere – e in loro compagnia ci spingiamo ai limiti, credendoci sempre in pieno sole, mentre la vita non è né chiara, né oscura – è la vita – e la presenza del vivente non ha certo bisogno di parole per giustificarsi.
Tra le righe o sopra le righe… Nessun traguardo, soltanto tappe. Il pensiero del movimento è statico soltanto per chi vuole arroccarsi sulle idee.
Il mondo degli oggetti non è più reale delle idee. Ma la realtà non è la medesima in ogni oggetto, in ogni idea. Le parole concorrono alla serietà del movimento, ne accolgono l’amicizia, contribuiscono a rilanciarlo, eppure la parola è già un residuo.
La follia del mondo è credere che si possa fare a meno di me. La mia follia è non credere alla mia morte.
Io ho dei limiti, certo, e se ho dei limiti il mio spazio non è infinito. Ma paradossalmente l’infinito (il fuori) è vissuto come un limite quando ne accolgo l’idea all’interno del mio spazio. D’altronde, la possibilità di un mio passo al di là non ha ragione d’essere, se la ragione mi mantiene tenacemente sul bordo dell’essere – che è anche il bordo della morte – dove non saggio soltanto il limite, ma anche l’esistenza dell’altro, la tangenza del suo mondo, quindi la possibilità dell’amicizia. (…)
Gli indios Pirahã dell’Amazzonia sanno contare solo fino a due: “uno, due, molti”. Non hanno nomi per ciò che è maggiore di due. Inoltre, nell’arco della loro vita cambiano spesso il proprio nome, per evitare, così dicono, che gli spiriti maligni se ne impossessino.
Se due formano una comunità, tale comunità costituisce un terzo elemento, e il terzo legittima e regola l’unione dei due, anche nei confronti del fuori. A differenza dei Pirahã, io possiedo la parola che nomina e dà vita al terzo, e questa parola è già uno spirito maligno.
Sovversivo sarà il movimento in cui la parola (il potere di nominare, il potere tout court) non avrà durata.
Simile alla scintilla che viaggia in cerca del suo fuoco.

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Come capitani coraggiosi : musica e testo

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Si precisa che “Come capitani coraggiosi” esiste soltanto sotto forma di blog con accesso gratuito.
Per comunicazioni scrivere a pancheri.marino@gmail.com

l’autore cura il sito : l’età dell’innocenza.
Dello stesso autore: La città di Alice.
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leggi la lirica ascolta la musica – Senza titolo /Maggie Rogers : Satellite



un saluto a presto
dentro la busta
spedita da un signor nessuno
cosi era scritto nel documento

trovato nella cassetta
della posta accanto
alla strada di casa
nella strada che porta via lontano

dove nel passato
mi ero immaginato
del mio funerale
di girare tutte le scene
che erano successe

attraverso la polvere
che si materializza
ci si gioca tutto
in questo momento
non ci sono più regole
niente è come era
quando ci si alzava presto

i tentativi a volte
di fermare un tempo
capita addirittura di pensare
di tornare indietro

a rigiocare la partita
che all’epoca si era persa
per un vizio di forma
senza arbitro
che mai comunque
sarebbe arrivato in tempo

gli avveduti sapevano
in anticipo che la partita
era truccata dalla partenza
era che noi
non avevamo pazienza

sola come una farfalla
la speranza non si sa bene come
appena si alza in volo
cade fulminata

per questa altra volta
cercheremo
di non farci trovare
ad essere ridicoli

fuori da una chiesa
con la mano tesa
senza più memoria
a chiedere elemosina

non c’e angolo
che possa accogliere
non c’è consolazione
nessun gesto
niente parole buone

se per un momento
potessi scegliere
chiederei di potere
cambiare l’ordine delle cose

cosi da scompaginare
le facce delle persone

vederle attonite, felici e tristi
renderei loro comunque un gran servizio
potrei fare pensare
potrei togliere per un minuto
il vizio amaro di pensare lontano

che non dà nessun giovamento
rende solo tristi
per tutto il tempo

link Youtube – Maggie Rogers : Satellite
© lyric by Marino Pancheri, 2015. Tutti i diritti riservati.

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leggi la lirica ascolta la musica – Hospital /Tides Of Man : Mountain House



l’impero della teoria
ha avuto
la storia di una corsia
senza pensare alla notte passata
dormendo avanti presto
il bisogno del sangue

respiro di tutti i sospiri
chiamata d’urgenza
lamento pesante
non c’è più nessuno quando
chiamate indirizzate verso
la luce la porta
nel corridoio sempre aperta
niente rumore
nessuno passa più da ore
il personale insegnante
è tanto che non da bere alle piante

è cosi diverso
di giorno
uno va uno viene
per chi arriva
presente di rispetto
il senso che da coraggio
un viaggio che arriva
un viaggio che porta all’altro mondo
sempre un po’ in ritardo

doveva essere
un premio
quello di sparire
dalla circolazione
vedere nel corridoio bianco
la biancheria stesa
fa tanto preghiera
questo luogo
non porta meditazione
lasciare al più presto
questo luogo di relegazione
anticamera di prigione
come si fa ad abituarsi
ad indossare per tutto
il giorno i guanti bianchi

vita di inferno
delle lavandaie stanche
lavare tutti i panni e
che dire di tutti i cestini
da vuotare
portare tutto fuori
la spazzatura
dalla porta senza chiusura
alcuna
senza alcuna premura

ripresa da fonte attendibile
macchinetta inossidabile
riferisce di movimenti strani
stato di decomposizione avanzata
i resti degli organi amputati
pestata a terra
una parte di crostata

appiccicato al muro
un foglio di carta bianca
come si fosse in una stanza privata
un disegno di bambino
colorato sopra una specie
di patibolo improvvisato
si vede bene
l’espressione triste di uno in catene
che sta per essere impiccato

link Youtube – Tides Of Man : Mountain House
© lyric by Marino Pancheri, 2015. Tutti i diritti riservati.

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leggi la lirica ascolta la musica – Cade /Dakota Suite : Hands swollen with grace



preparate il mazzo dei fiori
stendete i colori
portare il secchio di
acqua sulle spalle
sulla testa
proprio per bagnarle

tutto uno spazio da imparare
le cose fino a sognarle
per fare diventare
vere le presenze assenti
con un respiro di freddo
con i denti stretti
dentro la bocca
chiusa su se stessa

attento nel guardare verso pioggia
che cade sui vetri
non ci si bagna
riposa l’anima
cade lentamente
sulla testa che
si sporge troppo in
avanti per guardare
fuori dalla tettoia
l’aldilà della pioggia che
non lascia il tempo
tra una goccia e l’altra
di pensare neanche a una parola che
magari non serve neanche
una parola tra le tante

viene alla mente
che dentro ognuno
alla sua testa
le molte immagini vede
senza motivo apparente
rimaste impresse
non c’e bisogno
di un perché
di dire niente
immagina colore bianco e nero
immagini senza persone
di stretti passaggi
paesaggi piccoli diplomatici
neutri sfondi
sfondi con dentro se stessi e
fuori forse delle persone

sassi lasciati per se stessi
come foglie di un albero inesistente
pretendenti lasciati
come se non fosse niente
sul divano
di corsa di casa uscendo
senza motivo con una fretta
che spinge ad uscire fuori
come mancasse l’aria improvvisamente

link Youtube – Dakota Suite : Hands swollen with grace
© lyric by Marino Pancheri, 2015. Tutti i diritti riservati.

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incidente

l’amico che porto dentro di me
a volte sembra trasformarsi
nel peggiore dei nemici
ma è un trucco che
da quando sono diventato più alto
mi aspetto anche
se a stento capisco
mi ci vogliono mesi anni
poi arriva il momento
la ferita inferta ricevuta
come un equivoco della volontà

ho un bel daffare allora
di decidere come mostrare
a me stesso quella parte
che nascondevo cosi bene
che neanche sapevo esistesse
se non nelle stanze segrete
che mai ho ammesso
di sapere esistano

ma il sollievo non arriva
non c’è riparazione al torto
che mi sono fatto e
a tutto quello che ha partecipato
inconsapevoli entrambi
ma non perdonabili

non si infrange
una consuetudine diventata
giuramento di sangue
il sangue chiama sangue
ed è colpa del tempo
se subito non si cicatrizza

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leggi la lirica ascolta la musica – Senza titolo /Mouth 4 Rusty – The Last One On Your Mind



nascosto
era il tesoro
nascosto vicino allo scoglio
era stato dimenticato
a poco a poco erano naufragate
le navi che là vicino erano passate

per disattenzione
erano arrivate
avevano perso la rotta
le carte si erano bagnate
se ne erano volate
via dal vento erano state portate

chi lo trova il tesoro
sarà il suo capolavoro
chi trova il suo capolavoro
troverà il suo tesoro

senza bisogno
chissà dove di andare
l’ispirazione per separare
come fosse un vento
un nascosto spiritello
da invitare da scovare

ed il tesoro
è solo un baule
un baule vuoto
un baule che appena aperto
lascia fuggire quello che c’è dentro
e quello che è dentro è una specie di vento

guarda il passaggio dei gabbiani
il loro volo
di uccelli
senz’altra occupazione
che prendere pesci

eppure
non si può non notare
una certa eleganza
istintuale del volo
si il volo

anche io certe volte
prendo il volo
ma tu attendi
che se non perdo la strada di casa
di certo io da te
ritorno

link Youtube – Mouth 4 Rusty – The Last One On Your Mind
© lyric by Marino Pancheri, 2015. Tutti i diritti riservati.

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leggi la lirica ascolta la musica – Senza titolo /Kate Doubleday : Orchard



del mio specchio il davanti
di questo ricordo già vecchio
proprio non mi ci riconosco
eppure l’altra sera
sembrava tutto a posto

tutto era dove
doveva essere
lo sai che non conosco
in tutto questo desiderare
stare per stare
sempre in un altro posto

superficie il confine
separa sempre
trattiene prima quello
che viene prima
dopo quello che
dopo arriva
sempre sono stato
troppe volte interessato
a tutto quello che era peccato

guardando adesso
dalla parte sbagliata
trattengo a stento
il senso tutto del momento

facile era prevedibile
che poteva finire
che il risultato fosse proprio
fino dall’inizio
davanti agli occhi che assistono
senza potere dire niente di giusto
come si nota proprio
che si è arrivati a questo punto

di cosa succederà
da qua a mille anni
per ogni prossimo carnevale natale
per ogni altra strampalata ricorrenza
di ogni cosa che se ne è andata
senza sentire la mancanza

da tanti giri di parole
non rimangono che
lucertole che guardano
sospiri che insistono
la lunga distanza
dentro separa
l’attesa che
si presenti qualcuno
a bussare alla stanza

a raccogliere
adesione di parola
qualche cosa di inaspettato
qualche cosa di cercato
senza essere pensato

un suono originale nelle orecchie
ripete continuamente
che almeno
tutto questo non sia
l’inizio di un mescolarsi del niente

link Youtube – Kate Doubleday : Orchard
© lyric by Marino Pancheri, 2015. Tutti i diritti riservati.

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